Le Vergini di Alex Michaelides. “…Edward Fosca era un assassino. Sarebbe tornata all’inizio di tutto e avrebbe ricordato ogni cosa. Ogni singolo dettaglio. E alla fine lo avrebbe inchiodato…”
Alex Michaelides, nato a Cipro nel 1977, ha studiato Letteratura inglese all’Università di Cambridge e Cinema all’American Film Institute di Los Angeles. Per Einaudi ha pubblicato “La paziente silenziosa” nel 2019, best seller da 80.000 copie in Italia e milioni di copie nel mondo, “Le vergini” nel 2021 e “La furia” nel 2025.
Michaelides ci ha conquistato tutti con “La paziente silenziosa” e quindi per “Le vergini” le aspettative erano molto alte. Abbiamo ovviamente già parlato di lui con elogi e apprezzamenti e devo dire con questo secondo libro non si è smentito ,anche se…, ma andiamo con ordine.
Le Vergini: la Trama

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“Le vergini” prova a ricalcare lo stile di “La paziente silenziosa” e quindi ecco un altro thriller ambientato in Inghilterra e più precisamente a Cambridge. La location ha già molto fascino senza aggiungere molto e Michaelides ci inserisce anche un pochino di Grecia per non farci mancare nulla. Ma veniamo a noi.
Protagonista è Mariana una terapeuta (manco a dirlo…direi che ha una passione per i misteri della mente) che vive a Londra e si occupa di terapia di gruppo. Da poco ha perso suo marito Sebastian in un incidente in mare in Grecia dove erano andati in vacanza e questo l’ha lasciata parecchio turbata.
Un’Ossessione
In parallelo deve districarsi con il suo gruppo di pazienti e con uno in particolare che sembra ossessionato da lei.
Fino a qui ricorderebbe un classico cliché da cui pensavo avrebbe preso vita il thriller, e invece il fulcro dell’azione arriva con una telefonata. Zoe, la nipote rimasta orfana e che lei e Sebastian hanno cresciuto, la chiama disperata per chiederle aiuto dopo che una ragazza nel suo college è stata trovata morta.
La vittima sembra essere la sua migliore amica Tara.

Mariana non perde tempo e si precipita a Cambridge per sostenere la nipote, ma arrivata a destinazione viene travolta non solo dal dramma che si è appena consumato, ma anche dai ricordi. Nella stessa università hanno studiato lei e Sebastian e lì si sono conosciuti e innamorati.
Mariana cerca di rimanere salda per il bene di Zoe e da subito prova a indagare con la complicità di insegnanti e conoscenti. Tutto sembra riportare a un professore Edward Fosca.
“…I suoi occhi scuri e i suoi denti bianchi scintillavano alla luce delle candele e i capelli arruffati cadevano sulle spalle. Indossava uno smoking nero e un cravattino nero. Era davvero bello, pensò Mariana, prendendosela immediatamente con sé per averlo pensato…”
Quell’Insegnante Giovane ed Affascinante
Insegnante di tragedia greca giovane e affascinante che sembra calamitare attorno a sé molte attenzioni. Le sue lezioni sono molto apprezzate dagli studenti e dai colleghi e un gruppo di fedelissime studentesse sono addirittura state selezionate per far parte di una cerchia chiamata “Le vergini”. Di questo gruppo faceva parte anche Tara e sembrerebbe che tra le ragazze e il professore ci fosse qualcosa di più del mero interesse letterario.
“…A differenza delle altre studentesse in giro per la facoltà, quelle ragazze non erano trasandate o abbigliate in modo eccentrico. I loro abiti erano eleganti e dall’aria costosa. Si prendevano cura di sé stesse ed erano truccate, molto curate, con tanto di manicure. La cosa che dava maggiormente all’occhio era il loro atteggiamento: un’evidente sicurezza, persino un’aria di superiorità…”
Come sempre questo è il quadro che ci troviamo davanti, ma come Michaelides ci ha abituato la realtà è diversa.
Vittime o Carnefici?
“Le vergini” sono le vittime? o sono le carnefici? Il professor Fosca è davvero colpevole? o la sua unica colpa è quella di essere affascinante e saccente? Mariana sta davvero guardando nella direzione giusta? o il suo giudizio è falsato dal suo stato d’animo?
Una serie di domande che avranno una risposta nella risoluzione del mistero ovviamente. A conti fatti l’opera rimanda a qualcosa di rituale e di base così è, ma se scaviamo sotto la superficie può anche essere un tratto caratteristico del colpevole. Spero di non dire troppo e di non rovinarvi la lettura, ma così è in effetti.
Il personaggio di Mariana è arguto e si prodiga per scoprire la verità, ma lo fa come schermata da un velo. Il professore al contrario viene descritto con dovizia di particolari e quasi ci sembra scontato il risultato. In realtà il finale ha spiazzato anche me.
Per tutto il romanzo mi ero fatta un’idea, che sembrava filare, ma poi la soluzione mi ha lasciato interdetta. Probabilmente non è stata nemmeno una soluzione così chiara, o meglio una soluzione logica, ma visto che siamo nel campo dei thriller psicologici non doveva essere logica.
Sta di fatto che mi ha convinta poco e l’ho trovata tirata e leggermente fuori contesto. Le alternative ci avrebbero fatto dire che il finale era scontato, quindi come la si fà si sbaglia.
Cosa ci Resta
In definitiva “Le vergini” è un bel romanzo, non al livello del precedente, ma forse il difficile sta proprio lì. Dopo il successo e le critiche positive di “La paziente silenziosa” replicare credo sia molto complicato quindi un secondo libro come “Le vergini” penso sia di tutto rispetto.
La penna di Michaelides è sempre meravigliosa e ti incolla alle pagine come pochi riescono a fare. Stiamo parlando di trecentosessanta pagine che riesci a leggere molto velocemente.
Parere da ignorante…credo che l’idea iniziale fosse molto buona, ma è come se durante la stesura Michaelides si fosse fatto prendere dalla prestazione e abbia in corsa cercato di virare perdendo il filo della storia e sia finito per chiudere i conti alla svelta e nel modo più indolore possibile. Almeno questa è l’impressione che ho avuto io.
Una buona metà di “Le vergini” è imbastito per dare la possibilità a molti finali, ma poi senza troppa attenzione tutto viene ridotto a una soluzione frettolosa e banale anche più di quella che avevo immaginato. Conclusione: non è “La paziente silenziosa”, ma rimane un buon secondo libro.
“…Adesso aveva una visione molto diversa della realtà. Era come se ogni singola cosa che Mariana avesse mai conosciuto o in cui avesse mai creduto o di cui si fosse mai fidata fosse svanita, lasciandosi alle spalle solo uno spazio vuoto e vacante. Si sentiva esistere in quel limbo di vacuità, che durò settimane e poi mesi…”











