Lizzie Borden e quella storia più Femminista che Monster. Ci avete chiesto in tantissimi un parere sul nuovo capitolo della saga Netflix dedicata ai “mostri” della storia americana. Serial killer e assassini in apparenza spietati e senza scrupoli che, in realtà, ci raccontano ben altro.
Il primo a essere narrato fu Jeffrey Dahmer. Erano gli anni ’90 e quel giovane, troppo fragile per una società spietata, aveva trovato nella violenza quella valvola di sfogo che forse un mondo ideale avrebbe dovuto e potuto offrirgli altrove.
Lizzie Borden: Siamo Sicuri che sia Davvero un Monster?

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Poi è toccato ai fratelli Menendez alla fine degli anni ’80: qui la situazione è ben differente perché i due ragazzi vivono nella ricchezza e nel lusso, ma anche quando pare esserci tutto il necessario per una vita perfetta, c’è sempre qualche momento di buio, di vuoto e di sofferenza che spesso finisce nell’inevitabile.
Anche Ed Gein, nel primo dopoguerra alla fine degli anni ’40, diventa assassino quasi per reazione a una vita di abusi d’ogni genere; una parabola che degenera in fretta e ci fa riflettere sul vero senso della malattia mentale, al punto da farci dubitare su chi sia davvero il pazzo della situazione.
L’Ultimo Capitolo della Saga di Ryan Murphy
Se siete qui e state leggendo questo articolo, il vostro interesse va però verso l’ultimo capitolo della saga diretta dal sempre impeccabile (o quasi) Ryan Murphy, ovvero la storia di Lizzie Borden. La serie ci porta indietro fino al 1892 anche se, con un parallelismo magnifico e inquietante al tempo stesso, ci lascia frammenti temporali molto più vicini a noi.
Definire Lizzie un “mostro” è forse ingiusto. Anche se il crimine pare effettivamente essere stato compiuto dalla giovane, alcuni dubbi rimangono persino oggi, a più di cento anni dai fatti. Per farla breve senza entrare troppo nei particolari, la giovane Borden viene accusata di aver massacrato a colpi d’ascia il padre e la matrigna.
Le prove ci sono e paiono schiaccianti, ma alla fine riuscirà a farla franca: in quello che all’epoca fu definito “il processo del secolo”, la ragazza troverà la forza di convincere la giuria popolare della sua innocenza e vincerà.
Il racconto sceglie una linea abbastanza chiara, perché la storia di Lizzie diventa ben presto una sorta di manifesto femminista, una pagina di storia legata alle suffragette dell’epoca, un frammento di lotta che forse può ancora oggi essere preso da esempio. Ora, non fraintendete il nostro discorso: dal momento che la nostra non vuol essere una recensione come tutte le altre che potete trovare ovunque, ma un’analisi, una riflessione e un dialogo con ognuno di voi che fate parte di questa community, tale è e deve essere il nostro ragionamento.
Cosa Possiamo Imparare
Cerchiamo di imparare qualcosa anche dalle Serie TV. Questo quarto capitolo di Monster ci insegna che a volte i diritti vanno conquistati in modo radicale: quando un sistema proprio non vuole cambiare, l’unica arma a disposizione diventa la rivoluzione, lo scontro, anche definitivo.
Lizzie Borden era la secondogenita di un padre assente, rimasto vedovo troppo presto, perso nel lavoro e nella sua ricchezza, costretto a risposarsi più per convenzione sociale che per convinzione, infelice e rancoroso. La matrigna, che non è riuscita ad avere figli propri, cresce Lizzie e la sorella nella severità, con un livore profondo che sfocia in maltrattamenti, abusi, insulti e mortificazioni.
La ragazza prova a sopportare, cerca di crearsi una sua vita nonostante tutto. Ama la natura e gli animali; in quel mondo a metà strada tra realtà e fantasia trova se stessa e capisce di valere più di quanto gli altri dicano. Quando entra nella sua vita Bridget Sullivan, una domestica irlandese piena di storie e vicissitudini personali intriganti, qualcosa cambia definitivamente.
Tra le due nasce un amore talmente forte da far crescere a dismisura l’odio e il rancore verso quei genitori assenti e malvagi, un sentimento che sfocerà nel loro omicidio. Un delitto senza pietà alcuna e senza scrupoli, compiuto a colpi d’ascia con la foga di chi vuole solo sfogarsi, una volta per tutte.
La storia è dunque quella di una vittima schiacciata per troppo tempo che alla fine trova la forza di reagire. Il tema del femminismo è sempre presente, perché i maltrattamenti subiti partono proprio da una disparità di genere: se fosse stata un uomo, non avrebbe dovuto subire nulla di tutto questo.
Un Parallelismo Affascinante
Parallelamente a questa storia ve ne sono altre due, ambientate in epoche differenti e opposte tra loro, ma caratterizzate dalla stessa linea narrativa, ancora una volta a tinte fortemente femministe. Tornando al 1600 troviamo Erzsébet Báthory, nota come la Contessa Dracula, nobildonna ungherese la cui esistenza è segnata da un abuso sessuale in giovane età che la condizionerà per sempre.
Negli anni ’80 del secolo scorso è invece ambientata la vicenda parallela di Aileen Wuornos, interpretata magistralmente da Sarah Paulson: un’altra serial killer, condannata a morte per l’omicidio di diversi uomini. Questi individui avevano abusato di lei, l’avevano usata come uno straccio e gettata per strada, ma per la giuria l’unica colpevole resta lei; il dolore subito, per i giudici, non giustifica il suo gesto estremo.
Non vogliamo e non possiamo giustificare i crimini, ma Lizzie, Erzsébet e Aileen, nonostante i 400 anni di distanza ed epoche completamente differenti, rappresentano esattamente la stessa amara condizione femminile. Parliamo di donne che vengono abusate, maltrattate, sottomesse, umiliate e che, per la legge, dovrebbero tacere e subire, possibilmente in silenzio.
Non è solo Serial Killer
No, questa volta Monster non ha raccontato la storia di un mostro, ma ci ha mostrato tre femministe che in epoche differenti hanno dovuto difendersi da sole, perché la società non ha saputo farlo. Non giustifichiamo, ma comprendiamo. E anche se siamo nel 2026, possiamo constatare con una certa amarezza che il mondo non è poi così cambiato: quel male, quel dolore e quella discriminazione sono ancora vivi e vegeti in molte, troppe parti del pianeta.
Se Monster ci insegna qualcosa, se la storia di Lizzie Borden ci lascia una lezione, è proprio questa: non possiamo mai abbassare la guardia. Il femminismo ha ancora ragione di essere, di esistere e di resistere, perché purtroppo la lotta non è ancora vinta.
Il Nostro Voto












