Altro che Eccellenza, a Cuneo un semplice Test in Ospedale per Verificare un'Intolleranza, Diventa un Percorso ad Ostacoli. Sanità: Ecco Cosa Abbiamo Scoperto

Sanità Piemonte: altro che Eccellenza! A Cuneo un Semplice Esame, Diventa un’Odissea. Ecco Cosa è Successo

Altro che Eccellenza, a Cuneo un semplice Test in Ospedale per Verificare un'Intolleranza, Diventa un Percorso ad Ostacoli. Sanità: Ecco Cosa Abbiamo Scoperto
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Recap

Sanità Piemonte, che disastro! L’incubo quotidiano che abbiamo vissuto in prima persona, ma che nessun altro giornale pubblicherà perché ormai l’omertà è all’ordine del giorno.

Quella che stiamo per raccontare è una storia vera, vissuta da una persona che fa parte della nostra Community. Una storia di quelle che non compariranno mai sulle pagine dei giornali che ricevono finanziamenti pubblici, né tra i titoli dei TG delle emittenti locali che, anzi, quando toccano l’argomento sanità, usano ancora la parola “eccellenza”.

Sanità: a Cuneo un Semplice Esame Diventa Odissea. Il Caso

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Siamo in Piemonte, nell’ASL di Cuneo, una delle più importanti e sulla carta efficienti, almeno secondo quanto leggiamo sulla stampa locale e ci viene raccontato dai politici di zona. Politici che, evidentemente, non hanno mai dovuto affrontare il calvario di prenotare una visita nella sanità pubblica piemontese.

Per essere chiari dobbiamo partire dal principio. La protagonista di questa storia è una donna cuneese sotto i quarant’anni che da diverso tempo lamenta problemi legati all’alimentazione, forse un’intolleranza o un’allergia. Dopo mesi di malessere, non trovando soluzione, si rivolge al medico di base del suo paese.

Il Medico di Base, il Primo Ostacolo (quando c’è)

Qui inizia la prima parte del labirinto, perché la dottoressa in questione è quasi sempre irreperibile: dapprima è in malattia, poi in ferie, poi semplicemente non disponibile. La nostra amica si interfaccia in un primo momento con l’infermiera-segretaria dello studio, che però la liquida non sapendo cosa proporre. Successivamente interviene il sostituto della dottoressa, che se ne lava le mani rimandando a un futuro contatto con la titolare. Quest’ultima, dopo un mese abbondante d’attesa, riceve finalmente la paziente.

Dopo un rapido controllo, la soluzione appare evidente: un test per le intolleranze da fare presso l’ASL. Fin dal principio, però, la dottoressa confessa con tono sconsolato e rassegnato che trovare un posto è una missione praticamente impossibile.

L’APP del CUP, Tutt’altro che Innovazione

La nostra amica è comunque fiduciosa nel sistema sanitario, memore dei diversi articoli locali che lodavano il nuovo strumento super tecnologico per la prenotazione online. Si tratta di un’app attraverso la quale, ricetta elettronica alla mano, il cittadino può fissare l’appuntamento. Peccato che il sistema faccia acqua da tutte le parti e sembri progettato da uno studente al primo anno di informatica. Al di là dell’interfaccia, ben presto la tesi della dottoressa viene confermata: non vi è alcuna prenotazione possibile nell’intera Regione Piemonte. Di fatto, il servizio pubblico non esiste.

A questo punto la nostra amica lascia perdere, in attesa di tempi migliori. Nel frattempo si imbatte in una farmacia di Cuneo che, ovviamente a pagamento, effettua un test per le allergie; non è quello “ufficiale” del sistema sanitario, ma rappresenta una valida alternativa. Senza pensarci troppo lo esegue, paga e dopo poche settimane riceve l’esito: il malessere è dovuto a una fortissima intolleranza al lattosio. C’è finalmente un punto di partenza.

L’Amara Scoperta

Contatta quindi la dottoressa per chiedere un parere e l’odissea ricomincia. Esattamente come due mesi prima, tra ferie, permessi e irreperibilità, passa un altro mese abbondante prima di ottenere un riscontro, che peraltro avviene solo via mail. La soluzione proposta è la stessa: fare un secondo test specialistico tramite SSN. Anche in questo caso, la stessa dottoressa le spiega che prenotare sarà un’impresa impossibile.

La nostra amica torna sull’app senza ottenere risultati. Si rivolge allora a un’altra farmacia della zona, sapendo che a volte i farmacisti hanno canali di accesso preferenziali in grado di intercettare posti liberi non visibili ai privati cittadini. Una dinamica che già di per sé solleva parecchi dubbi. Il farmacista fa la ricerca, non trova nulla e, sconsolato, invita la donna a rivolgersi al privato, aggiungendo una riflessione personale a dir poco scandalosa. Secondo la sua esperienza, infatti, da diversi anni dall’alto c’è l’ordine di non aprire le prenotazioni nel pubblico, così da spingere sempre più cittadini verso la sanità privata.

Nulla di nuovo. Basta fare un giro in qualsiasi ospedale per rendersi conto che, a fronte di liste d’attesa infinite, la percentuale di ambulatori totalmente vuoti, con il personale che cerca di ingannare il tempo, è altissima. Lo sanno tutti, ma nessuno lo dice.

Il farmacista suggerisce tuttavia una soluzione: cita una normativa che prevede un rimborso pubblico per il cittadino costretto a usare la sanità privata a causa della mancanza di disponibilità nella rete regionale. Per attivare la procedura, occorre contattare il centralino del CUP (Centro Unico di Prenotazione).

Maleducazione ed Arroganza, il CUP non è al Servizio del Cittadino?

Nonostante tutto, la nostra amica chiama il numero. Dopo mezz’ora di attesa risponde un’operatrice palesemente scocciata. Sentito il motivo della chiamata, esegue la ricerca e conferma che l’esame non è disponibile in nessuna struttura. Alla richiesta di una soluzione alternativa, dato che l’esame è stato prescritto dal medico curante, la risposta arriva con estrema disinvoltura: usare la sanità privata.

Peccato che, per quella specifica prestazione, l’alternativa privata non sia subito accessibile in provincia di Cuneo. Con un ultimo sospiro spazientito, l’operatrice consiglia allora di contattare direttamente l’Ospedale Carle di Cuneo, che dovrebbe gestire quegli esami: parlando direttamente con loro, forse, potrebbe saltare fuori un posto.

La nostra amica telefona. Dopo due squilli a vuoto risponde una voce che pare giungere dall’oltretomba. Esposto il problema, dall’altra parte non arriva alcun saluto: parte una musica di attesa, il telefono suona due volte e cade la linea. Il copione si ripete identico per altre due volte. Alla terza chiamata, la donna chiede spiegazioni sul perché le venga riagganciato il telefono in faccia; l’operatore, irritato, nega tutto e la passa a un altro interno.

Finalmente risponde un’altra impiegata la quale, capito il problema, ride e dice con tono sprezzante che per le prenotazioni non si deve chiamare il Carle, bensì il Santa Croce (che fa parte della stessa azienda ospedaliera). Inutile specificare che era stato proprio il CUP a fornire l’indicazione precedente. Con un marcato senso di superiorità, la dipendente liquida la pratica e torna al suo caffè.

Si ritorna quindi al Santa Croce. Qui la vicenda si interrompe bruscamente perché, essendo ormai le 12:30, non risponde più nessuno. Il giorno successivo il telefono squilla a vuoto: del resto è venerdì, e molti sono già proiettati verso il fine settimana.

Una Morale Disarmante

Qual è la morale della favola? Una cittadina italiana che da tutta la vita paga le tasse per mantenere il sistema sanitario nazionale ha bisogno di un esame basilare. Nell’intera Regione Piemonte, la cui sanità viene definita “d’eccellenza” dai media locali compiacenti, non c’è alcuna disponibilità per questa prestazione (che comunque non sarebbe gratuita, ma soggetta a ticket). L’alternativa privata sul territorio è altrettanto complessa e frammentata, e tolto qualche tampone diagnostico offerto autonomamente dalle farmacie, lo Stato non garantisce il diritto alla salute. Di fatto, non c’è una vera soluzione.

L’alternativa privata è altrettanto complessa, se non per qualche servizio diagnostico offerto dalle farmacie che propongono un surrogato di ciò che lo Stato non garantisce. Ma, alla fine, una vera soluzione non c’è. Chiedere il rimborso previsto dalla legge è praticamente impossibile: anche ammesso di trovare un posto nel privato a pagamento, la procedura per ottenerlo è degna di una mente machiavellica.

Questa è una storia che ci ha toccato da molto vicino e che abbiamo vissuto in prima persona, ascoltando direttamente queste assurde telefonate. Siamo certi, purtroppo, che non si tratti di un caso isolato.

Ciò che colpisce, oltre alla mancanza del servizio — già di per sé gravissima — è l’arroganza di tutti gli operatori che hanno interagito con la nostra amica. Funzionari pubblici, pagati dalla collettività, che maltrattano i cittadini che versano loro lo stipendio, incuranti del minimo senso di rispetto e, soprattutto, forti di una totale impunità. La burocrazia sembra tutelare loro, mai l’utente.

In qualsiasi ufficio pubblico i cartelli ricordano che insultare o aggredire il funzionario di turno costituisce un reato penale. Ecco, sarebbe necessario che la legge valesse anche al contrario, ovvero quando ad essere aggredito psicologicamente e vessato è il cittadino che paga le tasse per garantire un posto di lavoro a questi soggetti.

La vicenda che vi abbiamo raccontato forse non rappresenta la totalità del sistema, ma non è nemmeno un’eccezione. Basta parlare con chiunque per comprendere che dinamiche del genere avvengono ogni giorno.

Duole notare come, ancora una volta, l’informazione locale taccia inesorabilmente. Le testate più blasonate non dicono nulla, preferendo celebrare presunti successi della sanità come se il problema non esistesse. È l’ennesima dimostrazione di una crisi profonda del giornalismo tradizionale.

Noi, al contrario, siamo una testata indipendente. Non riceviamo finanziamenti pubblici per l’editoria e non abbiamo legami d’interesse che ci garantiscono appalti o servizi su commissione. Per questo siamo liberi di dare voce ai cittadini: a quelli più in difficoltà, a chi avrebbe semplicemente bisogno di una visita medica e che, purtroppo, oggi non può averla.

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