Violenza: l’Epoca Senza Umanità, la Cronaca che fa Paura. Accendiamo il telegiornale (noi no, in realtà, ma molti lo fanno ancora, malgrado tutto), apriamo un’app di notizie, scorriamo i social, e la sensazione è sempre la stessa. Un’aggressione in stazione, un accoltellamento fuori da una discoteca, una lite finita in tragedia per un parcheggio contestato.
Abbiamo notato, seguendo settimana dopo settimana la cronaca italiana, che la violenza non è più un’eccezione che sconvolge l’opinione pubblica per giorni, ma è diventata una costante silenziosa, quasi un rumore di fondo a cui ci siamo tristemente abituati.
Non parliamo solo di criminalità organizzata o di reati gravi isolati, parliamo di una violenza diffusa, orizzontale, che attraversa scuole, quartieri, famiglie e relazioni tra sconosciuti. Ed è proprio da qui che nasce la domanda che vogliamo porre oggi alla nostra Community, una domanda scomoda ma necessaria: cosa ci ha portato a perdere, pezzo dopo pezzo, la nostra umanità?
Violenza e Società che Perde Umanità

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Una società che si sta disumanizzando
C’è un concetto, studiato dagli psicologi sociali fin dagli anni Sessanta, che si chiama “disumanizzazione dell’altro“. In pratica, il nostro cervello, quando percepisce una persona come distante, diversa o semplicemente come un ostacolo, tende a spogliarla delle sue qualità umane, trattandola come un oggetto o un numero.
Abbiamo capito, osservando le dinamiche sociali degli ultimi anni, che questo meccanismo, un tempo relegato a contesti estremi come i conflitti bellici, si è insinuato nella quotidianità delle nostre città. Litigare per un sorpasso, spintonarsi per salire su un autobus, inveire contro chi lavora dietro un bancone: sono episodi minori, apparentemente innocui, che raccontano però un logoramento profondo del rispetto reciproco.
La pressione economica, la solitudine urbana, la competizione costante imposta dai ritmi moderni hanno eroso quella rete di empatia che teneva insieme le comunità. Non è un caso che sociologi come Zygmunt Bauman avessero già teorizzato, decenni fa, una “società liquida” in cui i legami si fanno sempre più fragili e sostituibili. Oggi, quella liquidità sembra essersi trasformata in vera e propria evaporazione dei legami.
Il ruolo dei media e la desensibilizzazione collettiva
Un aspetto che ci ha colpito particolarmente, e su cui vogliamo aprire un confronto diretto con voi che fate parte di questa Community che crede nell’Informazione Libera, riguarda il ruolo che i media, tradizionali e digitali, giocano in questo scenario.
Ogni giorno veniamo esposti a immagini di violenza, spesso crude e non filtrate, che scorrono nel nostro feed subito dopo la foto di una torta o di un tramonto. Questo accostamento continuo tra contenuti leggeri e immagini drammatiche produce un effetto ben documentato dalla psicologia cognitiva, la cosiddetta assuefazione emotiva.
In pratica, più siamo esposti a stimoli violenti, meno la nostra amigdala, la parte del cervello che regola le emozioni di paura e allarme, reagisce con la stessa intensità. Un fenomeno noto già dagli studi sui videogiochi violenti degli anni Novanta, ma che oggi si amplifica esponenzialmente grazie alla velocità e alla pervasività dei social network.
C’è poi un elemento ancora più inquietante, quello della violenza performativa: aggressioni compiute non per rabbia improvvisa, ma con l’obiettivo dichiarato di essere filmate e diventare virali. La violenza, in questi casi, non è più un atto isolato ma diventa contenuto, merce di scambio per followers e visibilità. Una deriva che, dobbiamo ammetterlo, ci lascia sinceramente sgomenti.
I media cavalcano tutto questo, i TG ormai alla disperata ricerca di pubblico, mostrerebbero di tutto pur di ottenere un minimo di visibilità e questo è forse grave alla pari del crimine stesso.
Crimini, disordini, aggressioni: una situazione sempre più preoccupante
Guardando ai dati raccolti da diverse fonti nel corso del 2026, emerge un quadro complesso. Cresce il numero di minori segnalati per porto abusivo di coltelli e oggetti pericolosi, un trend che secondo i rapporti degli enti che si occupano di infanzia e adolescenza è più che raddoppiato nell’arco di pochi anni.
Le aggressioni nei luoghi della movida, le risse tra gruppi giovanili, gli episodi di bullismo che sconfinano nella violenza fisica dentro le scuole, sono tutti segnali che raccontano un disagio diffuso, soprattutto tra le nuove generazioni. Non possiamo ignorare, allo stesso tempo, che parte della percezione di insicurezza sia amplificata proprio dalla sovraesposizione mediatica di cui parlavamo poco fa, e che i dati statistici ufficiali non sempre confermino un aumento generalizzato della criminalità in senso assoluto.
È un tema controverso, su cui esistono letture diverse anche tra gli esperti, e proprio per questo lo portiamo alla vostra attenzione con l’intento di stimolare un dibattito informato, senza cadere in facili allarmismi né in altrettanto facili minimizzazioni.
Una politica che sembra non comprendere il problema
Di fronte a questo scenario, abbiamo osservato con una certa amarezza come la risposta politica, trasversalmente agli schieramenti, si concentri quasi sempre sugli stessi strumenti: inasprimento delle pene, aumento delle forze dell’ordine, introduzione di nuovi reati specifici.
Misure che possono avere una loro utilità nell’immediato, ma che raramente affrontano le cause profonde del fenomeno. Il disagio giovanile, la povertà educativa, la mancanza di spazi di aggregazione sani, la crisi della genitorialità in un mondo iperconnesso: sono tutti temi che richiederebbero investimenti a lungo termine, in educazione, psicologia scolastica, servizi sociali di prossimità. Temi meno “spendibili” in termini di consenso immediato rispetto a uno slogan sulla sicurezza.
Ci sembra che la classe politica, presa dalla logica dell’emergenza perenne, fatichi a costruire visioni strategiche che guardino oltre il breve termine, lasciando che il problema si incancrenisca invece di essere realmente affrontato alla radice.
Quali soluzioni per il futuro
Non vogliamo limitarci a descrivere il problema senza offrire spunti costruttivi. Abbiamo apprezzato, studiando alcune esperienze internazionali, modelli educativi basati sulla giustizia riparativa, che in paesi come la Norvegia hanno mostrato risultati incoraggianti nel ridurre la recidiva tra i giovani coinvolti in episodi di violenza.
Investire nella formazione emotiva fin dalla scuola primaria, potenziare la presenza di psicologi negli istituti scolastici, creare spazi di aggregazione giovanile che non siano solo centri commerciali o strada, sono tutte strade percorribili.
Anche il ruolo dei media, e qui ci mettiamo in prima persona come Redazione, può fare la differenza, scegliendo di raccontare la violenza con responsabilità, senza spettacolarizzarla e senza però nasconderla, offrendo sempre un contesto che aiuti il lettore a comprendere le cause invece di limitarsi a suscitare paura o indignazione fine a se stessa.
La Preoccupazione della nostra Community
Chiudiamo questo approfondimento con una riflessione che ci sta particolarmente a cuore, e che vogliamo condividere con tutta la Community di DG Network. Negli ultimi mesi, molti di voi ci hanno scritto esprimendo una preoccupazione genuina per quello che vedono accadere intorno a loro, nei quartieri, nelle scuole dei propri figli, nei luoghi che un tempo consideravano sicuri.
Siamo andati a fondo in questo tema perché crediamo che il dialogo, il confronto onesto e anche il disaccordo costruttivo, siano gli strumenti più efficaci che abbiamo per non arrenderci alla rassegnazione. La considerazione che vogliamo lasciarvi, in modo del tutto personale, è questa: forse non abbiamo perso l’umanità tutta insieme, in un giorno preciso, ma l’abbiamo lasciata scivolare via goccia dopo goccia, ogni volta che abbiamo scelto la fretta al posto dell’ascolto, lo schermo al posto dello sguardo, l’indifferenza al posto della domanda “stai bene?”.
Recuperarla non richiederà una legge o un decreto, ma milioni di piccoli gesti quotidiani di attenzione verso l’altro. E questo, forse, è l’unico vero antidoto che abbiamo a disposizione.