Il rawdogging è il fenomeno Gen Z che spopola online: viaggiare senza musica, film o cibo. Scopri cos'è, perché funziona e cosa ci dice sui giovani di oggi

Rawdogging 🤫 la Generazione Z sceglie il vuoto (e non è un caso)

Il rawdogging è il fenomeno Gen Z che spopola online: viaggiare senza musica, film o cibo. Scopri cos'è, perché funziona e cosa ci dice sui giovani di oggi
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Recap

Rawdogging 🤫 la Generazione Z sceglie il vuoto (e non è un caso) C’è un momento preciso in cui ci siamo accorti che qualcosa stava cambiando. Non una rivoluzione silenziosa, non un manifesto politico, non un movimento organizzato.

Solo un ragazzo seduto su un aereo, senza cuffie, senza telefono in mano, senza snack, con gli occhi fissi sul nulla del sedile davanti a lui. Un video del genere, pubblicato su TikTok, ha fatto milioni di visualizzazioni. E il commento più condiviso era: “Questo è un dio.” Il fenomeno si chiama rawdogging, e se non ne avete ancora sentito parlare, siete nel posto giusto.

Rawdogging che cos’è e da dove viene?

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Il termine rawdogging, tradotto letteralmente dall’inglese, ha origini volutamente crude — indica il fare qualcosa “al naturale”, senza protezioni, senza aiuti, senza filtri.

Nel linguaggio della Gen Z, però, ha assunto un significato tutto suo: affrontare un viaggio, solitamente un volo aereo anche di molte ore, senza consumare nessun tipo di contenuto digitale, senza mangiare, senza dormire, senza leggere. Semplicemente stando lì, svegli, presenti, nel momento.

Niente musica. Niente podcast. Niente serie TV sullo schermo del sedile. Solo la mente, il rumore di fondo dei motori e il tempo che scorre.

Il termine ha iniziato a circolare con forza nella primavera del 2024, esplodendo sui social tra maggio e giugno dello stesso anno.

Il creator americano Joonas Richardson fu tra i primi a documentare la propria esperienza di rawdogging su un volo di sei ore, ottenendo una risposta straordinaria dal pubblico. Da quel momento, è stato un susseguirsi di imitatori, sfide, thread di discussione, meme. Un fenomeno nato sui social, quindi, ma che racconta qualcosa di molto più profondo della semplice viralità.

Come si riconosce il vero rawdogging

Riconoscere un rawdogger non è immediato, e questo fa parte del suo fascino. Non porta nessun badge, non ha una divisa. È quella persona in aereo che non apre mai la tasca del sedile, che non indossa le cuffie distribuite dall’hostess, che non ordina il vassoio del pasto, che non tira fuori lo smartphone nemmeno durante l’imbarco. Guarda il finestrino, o fissa il vuoto, o chiude gli occhi senza dormire davvero. L’elemento chiave è la totale assenza di stimolazione esterna volontaria.

Ci sono regole non scritte ma condivise dalla community: niente schermi, niente cibo, niente bevande (l’acqua è accettata in alcuni sottogruppi, bandita in altri, come ogni buona tribù che si rispetti), niente libri fisici, niente musica. Solo se stessi.

La sfida, per molti, riguarda proprio i voli lunghi: sei ore, otto ore, dieci ore senza nulla. Un’impresa che qualcuno descrive come quasi meditativa, altri come un test estremo di resistenza mentale.

Chi pratica il rawdogging e perché lo fa

Il rawdogging è un fenomeno nato e vissuto prevalentemente dalla Generazione Z, ovvero i nati tra il 1997 e il 2012, la prima generazione ad essere cresciuta con uno smartphone in mano fin dall’infanzia. Ed è proprio questa l’ironia più potente dell’intera vicenda: la generazione più connessa della storia umana che sceglie, volontariamente, di disconnettersi. Non per necessità, non per mancanza di dati o di batteria, ma come atto deliberato, quasi provocatorio.

Tra i praticanti più noti — perché sì, nel 2026 esiste anche una sorta di élite del rawdogging — troviamo influencer, creator di contenuti, atleti e persino alcuni personaggi dello spettacolo che hanno dichiarato di praticare questa disciplina improvvisata con una certa regolarità.

L’attore americano Josh O’Connor, celebre per il ruolo di Riccardo II e per alcune dichiarazioni anticonformiste, ha ammesso in più interviste di preferire viaggiare senza stimoli.

Piccola curiosità: il concetto di “stare con se stessi senza fare nulla” non è tecnicamente nuovo — i monaci Zen, la pratica dello Zazen, la meditazione Vipassana portano avanti questo principio da secoli — ma la Gen Z lo ha reso iconico, memeabile e soprattutto desiderabile.

Benefici reali e qualche ombra da non ignorare

Chi ha provato il rawdogging racconta spesso di un’esperienza sorprendentemente positiva. C’è chi parla di una chiarezza mentale inaspettata, di pensieri che emergono spontaneamente quando non vengono soffocati da input continui.

C’è chi dice di essere atterrato dopo un volo di sette ore sentendosi stranamente riposato, quasi come se la mente avesse avuto il tempo di “defragmentarsi” — per usare una metafora digitale che la Gen Z apprezzerebbe sicuramente.

Dal punto di vista psicologico, diversi esperti di salute mentale hanno commentato il fenomeno in modo favorevole, pur con le dovute cautele. La capacità di tollerare la noia, di stare con se stessi senza ricorrere a stimoli esterni, è una competenza cognitiva e emotiva sempre più rara nell’era dell’attenzione frammentata.

Alcune ricerche hanno dimostrato che la mente a riposo — il cosiddetto “default mode network”, la rete cerebrale attiva quando non siamo concentrati su un compito preciso — è fondamentale per la creatività, l’elaborazione emotiva e la formazione della memoria. Il rawdogging, involontariamente, stimola esattamente questo.

Tuttavia, sarebbe sbagliato non vedere anche l’altro lato della medaglia. C’è una componente di performance e di esibizionismo che non si può ignorare: documentare il proprio rawdogging su TikTok è, paradossalmente, un atto profondamente digitale.

La pratica rischia di trasformarsi in una gara, in un’ulteriore forma di competizione che la Gen Z conosce già troppo bene sui social. Inoltre, per chi soffre di ansia, di pensieri intrusivi o di disturbi dell’umore, restare soli con la propria mente per ore senza nessuna distrazione può non essere affatto salutare. I professionisti della salute mentale ricordano che il silenzio forzato non è una cura universale.

Il futuro del rawdogging e cosa ci dice davvero

Guardando avanti, è lecito chiedersi se il rawdogging sia destinato a restare una tendenza virale passeggera o se stia invece segnalando qualcosa di strutturale nel modo in cui le nuove generazioni si rapportano alla tecnologia e a se stesse. Siamo convinti che la seconda ipotesi sia quella più vicina alla realtà.

Il rawdogging si inserisce in un contesto più ampio di “ribellione silenziosa” contro la sovrastimolazione digitale. È la stessa logica che ha portato alla rinascita dei telefoni a conchiglia tra i giovani, al boom dei retreat di digital detox, alla nostalgia per i walkman e le macchine fotografiche usa e getta.

La Gen Z, cresciuta dentro la rete, sta cercando i propri anticorpi. E li trova, spesso, nelle pratiche più antiche e basilari: camminare senza musica, mangiare senza guardare lo schermo, viaggiare senza intrattenimento.

Nel prossimo futuro, è probabile che il rawdogging si espanda oltre i confini del volo aereo e diventi una pratica quotidiana più diffusa — il commuto in treno senza cuffie, la pausa pranzo senza social, il tragitto in autobus senza podcast.

Alcune scuole in Europa e negli Stati Uniti stanno già sperimentando momenti di “digital silence” strutturati nella giornata scolastica, raccogliendo feedback positivi sia dagli studenti sia dagli insegnanti. Il mercato, ovviamente, sta già fiutando l’opportunità: app di meditazione silenziosa, retreat “no device”, persino compagnie aeree che pubblicizzano l’assenza di Wi-Fi come un valore aggiunto. Il capitalismo ha una capacità straordinaria di monetizzare anche il desiderio di sfuggire al capitalismo.

La nostra riflessione finale

C’è qualcosa di profondamente commovente, e lo diciamo con piena consapevolezza, nel guardare una generazione che ha avuto tutto — connessione infinita, contenuti illimitati, intrattenimento a portata di pollice — e che a un certo punto si siede su un aereo, chiude gli occhi e decide di non consumare nulla. Non è pigrizia. Non è nemmeno vera e propria ribellione.

È qualcosa di più sottile: è il tentativo di ritrovare una forma di intimità con se stessi che il mondo digitale, per quanto straordinario, ha reso più difficile da raggiungere.

Abbiamo capito, seguendo questo fenomeno, che il rawdogging non è una moda. È un sintomo. È il segnale che una generazione sta cercando, a modo suo e con gli strumenti che conosce, di rispondere a una domanda antica quanto l’essere umano: chi sono io quando non sto guardando niente, quando niente mi guarda, quando non sto producendo e non sto consumando? La risposta, forse, non si trova su TikTok. Ma è lì che molti hanno cominciato a cercarla. E questo, in fondo, è il paradosso più bello e più vero di tutta la storia.

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